July 8, 2015

Il mio incontro con “Don” Mussie Zerai, futuro Nobel per la Pace. (Lettera aperta)

Il mio incontro con “Don” Mussie Zerai, futuro Nobel per la Pace. (Lettera aperta)

Il mio incontro con “Don” Mussie Zerai, futuro Nobel per la Pace. (Lettera aperta)

Eri seduto quasi di fronte a me al seminario “Corno d’Africa. In fuga da guerre senza nome e senza fine” che si è tenuto a Roma il 24 giugno presso la sede nazionale delle Acli.

Tu parlavi ed io aspettavo pazientemente che finissi il tuo intervento. Più di un’ora per te e 5 minuti per me, questi erano gli accordi con gli organizzatori. Avevo fatto l’alba per scrivere due pagine da leggere tutto d’un fiato per non sprecare nemmeno un minuto.

Ti do del tu perché fra eritrei si usa fare così e voglio vedere se qualcuno ha da ridire anche su questo. Prima di oggi non c’eravamo mai incontrati, è accaduto dopo più di vent’anni che ambedue viviamo all’estero. Così, alla fine del convegno, ho aspettato l’occasione per scambiare due parole con te perché, oltre allo stesso paese d’origine, abbiamo altre cose in comune: siamo coetanei e siamo arrivati in Italia nei primi anni novanta a bordo di un aereo.
Ti osservavo gesticolare in continuazione per accompagnare le tue parole, che non avevano nulla di religioso, a mio vedere. Ho pensato che per essere un sacerdote non mi trasmettevi affatto la tua religiosità, la tua spiritualità o almeno io non l’ho sentita… che abbia il cuore indurito? Può darsi. Però sei stato tu ad interrompere chi di religiosità parlava…
Nell’introduzione al convegno, infatti, l’africanista Calchi Novati spiegava ai presenti che metà della popolazione eritrea è cristiana ortodossa, il che è vero. Tu l’hai interrotto bruscamente per dirgli: “Il Governo eritreo è laico!” con un tono di voce di chi vede in questo una colpa.

Io sono di parere diametralmente opposto al tuo, ossia credo che sia un bene per tutti che un Governo resti laico, perché nel mondo non sono pochi coloro che uccidono in nome di Dio e credo anche che un religioso al potere inevitabilmente può fare preferenze tra diversi culti creando figli e figliastri. In particolar modo in Eritrea questo potrebbe minacciare la coesistenza armoniosa che da secoli esiste tra cristiani e mussulmani.
Mentre tu improvvisavi a braccio, io ripassavo mentalmente quel che avrei dovuto leggere e già nel titolo c’eri tu:” E se l’Africa non fosse come la raccontano?”
Prima di scrivere mi sono domandato: qual è l’Africa che tu solitamente descrivi? Mi sono reso conto che la tua Africa è piena di dittatori, di torturatori, di soprusi di africani su altri africani, di fughe di massa, di traffico di organi umani, di vendita di uomini, di violenza sulle donne, di guerre di regime, di prigioni, di campi profughi e di tragedie in mare. Tutto l’orrore di questo mondo attuato per mano degli stessi africani. Dov‘è la responsabilità degli occidentali nei tuoi discorsi?

Io e te siamo entrambi Eritrei. Tu racconti di un’Eritrea che io non conosco, un luogo a me estraneo come fosse un altro pianeta, un luogo troppo lontano dalla mia esperienza vissuta. E lo racconti senza quella pietas cristiana degna di un ministro di Dio, senza alcun dolore, quasi senza umanità. Anzi condendo le tue narrazioni con un sentimento rancoroso. Ho notato come già al solo pronunciare il nome “Eritrea” la tua voce salga di tono. Si capisce che nutri una vera ostilità contro l’Eritrea e bisognerebbe chiedersi da dove provenga tutto questo tuo odio.
Ovviamente è del tutto legittimo che tu possa pensarla diversamente da me, tu puoi non essere d’accordo con il Governo eritreo, ma non puoi essere contro l’Eritrea ed il suo popolo. Nella situazione in cui ci troviamo di “no pace no guerra” con l’Etiopia, un conflitto mai risolto con il nostro storico nemico che occupa militarmente i territori eritrei, prendertela continuamente con il Governo dell’Eritrea avvantaggia proprio il Governo dell’Etiopia. Allora perché non dichiararlo pubblicamente? Devi dire al mondo: “Io sono per l’annessione dell’Eritrea all’Etiopia”. Non saresti certo il primo unionista.

Io sono un genitore e questo mi aiuta a pensare al futuro, non soltanto a quello di mia figlia ma di tutti i figli dell’Eritrea. Che ne sarà di questi eritrei del futuro? Esisteranno ancora come eritrei liberi e sovrani oppure al loro posto ci saranno degli invasori? Per esempio quelli che ancora devono nascere avranno acqua da bere? Avranno cibo a sufficienza o faranno la fila fuori dai cancelli dell’UNHCR per chiedere un chilo di farina? Per te sono ventitré anni che non fai ritorno in Eritrea altrimenti avresti visto i progressi del Paese. Avresti visto le dighe che si stanno costruendo e che cambiano l’ambiente circostante colorandolo di verde, i nostri animali che placano l’arsura abbeverandosi beati e la nostra agricoltura che fiorisce e prospera. Lavoriamo con tutte le difficoltà del caso, mettendoci veramente l’anima e sfruttando tutte le forze in campo. E chi se ne frega se qui vogliono chiamarli “lavori forzati”! Questo è il futuro dell’Eritrea: la sua acqua. Perciò tutti dobbiamo partecipare attivamente a questa costruzione, “custa lon ca custa” come hanno scritto gli italiani sul ponte di Dogali.
Seduto vicino a me gesticolavi mostrando un foglio con dei nomi scarabocchiati sopra: “Prima di venire qui ho ricevuto tre telefonate da diversi ragazzi in Libia” per spiegare il tuo coinvolgimento nel dramma dei migranti e dei rifugiati politici africani. “È per colpa della dittatura, del regime definito la Corea del Nord africana, del servizio militare a tempo indeterminato (…) servono più campi profughi e strutture di accoglienza per chi fugge prima dal regime e poi dalla guerra in Libia” dicevi. E hai sottolineato l’importanza della nuova relazione della Commissione d’Inchiesta che accusa il Governo Eritreo di gravi crimini contro l’umanità dicendo: “Finalmente, era ora!”

In quell’istante avrei voluto gridarti “Fermati Don!” Stai facendo il gioco di chi vuole ridurre la nostra Asmara come Gaza, Sana’a, Tripoli, Bagdad o Kabul. Perché stai facendo questo male alle nostre madri, ai nostri fratelli e sorelle, ai nostri padri, ai nostri figli e a tutti i bambini eritrei? Non pensi a loro? Non hai pietà di loro? Perché ci stai aizzando contro l’ira dell’Occidente? O vuoi dirmi che non sai come vadano a finire queste cose? Riesci ad immaginare cosa ne sarà di noi dopo il loro intervento? Quell’Eritrea non servirà più nemmeno a te.
Invece rimasi in silenzio a guardarti, tu sfuggivi il mio sguardo. Sembravi un politico in campagna elettorale, un professore di geopolitica, perché oltretutto dispensavi consigli, direttive e dettavi soluzioni alle Istituzioni italiane e ai Ministeri e Governi europei. Parlavi da un’ora e io pensavo: “Guarda, però, come gli Italiani lo ascoltano interessati.” Alcuni trascrivevano addirittura ogni tua parola sui loro tablet. C’era chi annuiva continuamente e chi scuoteva la testa scioccato dai tuoi racconti al limite dell’horror quando hai mostrato sul maxischermo le torture disegnate a matita che, a tuo dire, vengono inflitte nelle prigioni d’Eritrea. E gli italiani sembravano così impressionati nel vedere questi schizzi di matita peggio che se avessero visto le foto di Abu Ghraib.
Certo che ne hai fatta di strada da quando nel 2010 sei diventato “Don”. Arrivato in Italia nel 1992 dopo diciotto anni sei riuscito a prendere i voti. È chiaro a tutti che il grosso del tempo l’hai passato a fare public relation, creare ONG, agenzie di stampa, attivare telefoni satellitari, allertare la Guardia Costiera, Lampedusa e visite ai centri d’accoglienza dove sono rinchiusi i migranti. Tutte occasioni da lupo a guardia dell’ovile direbbero i maligni e gli invidiosi. Si direbbe Chiesa e politica assieme, un binomio micidiale!
E ora sei un futuro Premio Nobel. Provo un po’ di sana invidia nei tuoi confronti, non tanto per il Nobel per me privo di significato dal momento che ha premiato persino Obama (Nobel per la Pace il che è tutto dire) quanto per quel milione di dollari che intascherai. Io non ho seguito le tue orme e sono stato fregato dal teatro d’avanguardia italiano che oggi mi ha reso disoccupato, forse perché come diceva Giorgio Gaber “ho avuto un’educazione troppo cattolica”.

In qualche modo però tu restituisci giustizia ai nostri nonni ascari che, ai tempi del colonialismo italiano, non avevano nemmeno libertà di parola (anche per chiedere di andare al bagno rischiavano calci nel sedere). Oggi invece quale altro africano riesce a farsi ascoltare meglio di te? I giornalisti del neo colonialismo ti passano il microfono qualsiasi cosa tu voglia dire e le istituzioni politiche ti regalano pacche sulle spalle e tanto onore. Penso però che i neocolonialisti non siano diventati scemi all’improvviso concedendoti tutta questa gloria ma credo ti stiano usando per fare il regime change all’Eritrea con l’unico obbiettivo di accaparrarsi le risorse di chi invece vuole, con tutte le sue forze, proteggerle. Per questo quantificherei il tuo “impegno” in diversi milioni di dollari, non ti rendono giustizia dandoti solo un milione, dovresti pretendere di più!
Mentre ti ascoltavo pensavo: “Aiutami a capire Don, non è forse anche grazie al tuo contributo che oggi i Governi Europei concedono lo status di rifugiato ai soli eritrei? Non ti sembra strano questo fatto quando ci sono altri paesi africani ben più disgraziati del nostro?”
E allora immaginando di parlare in privato con te faccia a faccia, guardandoti negli occhi, ti dico: “Cosa vuoi fare adesso? Far uscire tutti i giovani dall’Eritrea attraverso un corridoio umanitario e poi fargli attraversare il mare? O vuoi affittare direttamente Mare Nostrum per traghettarli di persona? Con un milione in tasca spero almeno tu faccia salire i ragazzi su un aereo, come è stato per noi due. Non ti rendi conto Don che garantendo una terra promessa stai partecipando allo svuotamento dell’Eritrea? Stai dicendo ai suoi giovani: “Venite, qui c’è il Paradiso” ben sapendo di mentire, perché non è questo il Paradiso!

Vedi Don, io credo che un sacerdote debba pregare e predicare l’amore per il prossimo, la pace e la carità, la pietà e la misericordia. Il sacerdote è un uomo super partes, un sacerdote non giudica, egli prega e assolve i peccati. Un sacerdote unisce le persone e crea comunità. Se per molti giovani sei un salvatore, un “arcangelo dei rifugiati” come ti hanno definito i media occidentali, ce ne sono altrettanti e ancor di più che ti reputano un fanatico sobillatore.

La Comunità Eritrea in Italia ti accusa, per esempio, di aver tentato di dividerla tra buoni e cattivi, tra vittime e carnefici, approfittando della tragedia di Lampedusa. Durante quei giorni drammatici molte madri e donne eritree hanno pianto per colpa tua. Eppure avresti potuto consolarle come farebbe un buon pastore e servitore di Dio. Hai peccato di troppo attivismo secondo me e oggi sei rimasto con un pugno di mosche in mano, perché persino quei giovani aiutati da te sono entrati a far parte dell’unica vera Comunità Eritrea in Italia. Alla fine sei rimasto solo, solo in compagnia di alcuni Occidentali.

È stato un incontro fugace il nostro, ci siamo ritrovati casualmente sulla porta dell’uscita, uno davanti all’altro, e siccome molti italiani ci stavano guardando, forse costretto, hai allungato la mano e molto imbarazzato mi hai detto: “Selam”. I preti come te sono abituati ai baciamano, io la tua l’ho stretta soltanto e ho ripetuto “Selam”. E poi passandomi accanto sei uscito dalla porta senza nemmeno voltarti. Forse non avevi più tempo o forse non avevi gradito la mia lettura, l’ho capito quando non hai applaudito come hanno fatto tutti gli altri. Pazienza, me ne farò una ragione!

Ma ho una preghiera da farti Don se vuoi veramente salvare i giovani eritrei, a costo di rinunciare alla mondanità, alla fama e alla gloria personale, quindi anche al Nobel, è arrivato il momento che tu ti metta da parte, perché sei troppo coinvolto per trovare soluzioni adeguate. Se sei così santo come dicono e davvero ti sta a cuore il dramma dei rifugiati eritrei ed africani in generale, te lo dico con parole semplici, devi mollare l’osso! Ti invito a lasciar spazio alla diplomazia che, fino a prova contraria, è l’unico modo universalmente riconosciuto che abbia il dovere morale e politico di risolvere questa tragedia alla radice, dagli accordi di Algeri per intenderci.
Ti devi fare da parte, perché il neo colonialismo vuole entrare in Eritrea e vuole che sia tu ad aprire la porta alle sue basi militari. Secondo me, ti faranno prima vincere il Premio Nobel, perché l’Occidente sta creando il prossimo presidente eritreo. Non è difficile da capire. A loro serve avere un uomo di fiducia famoso agli occhi del mondo, un Hamid Karzai nostrano, un uomo credibile, della serie: “Perbacco, l’ha detto il Premio Nobel!” Così, per imposizione ed acclamazione, diventi il candidato numero uno del paese appena “democratizzato”. A quel punto, secondo copione, ti sarai già tolto la tonaca. Sarai l’arma vincente del neo colonialismo. Ti hanno costruito e ti useranno, evidentemente conoscono le tue ambizioni. Tu rappresenti proprio il tipico esempio di neo colonialismo che sempre trova ed impiega ascari africani per divorarsi l’Africa. Ma sappi sin da ora che gli Eritrei non te lo permetteranno mai. Quella terra è costata fin troppi morti.

Se questa mia innocua fantapolitica non ti dovesse sfiorare e quindi tu giuri di non essere interessato al ruolo da presidente, se il tuo cammino è quello di continuare a servire Gesù Cristo, allora dimettiti dal tuo fare politica, lasciala fare ai politici. Non promuovere petizioni con la complicità di giornalisti occidentali assoldati per fare il regime change del nostro paese con il blocco dei soldi che l’Unione Europea ha deciso di elargire all’Eritrea. Il Governo eritreo è conosciuto in tutta l’Africa per essere incorruttibile e userebbe quei soldi per lo sviluppo dell’Eritrea. Tu invece vuoi bloccarli ben sapendo che, gira che ti rigira, la tua azione penalizzerebbe la popolazione civile come mia madre (nonna settantenne che si lamenta ad ogni telefonata del prezzo di pomodori e cereali). Ti chiedo: perché vuoi fare del male agli eritrei raccogliendo le firme degli occidentali? L’Eritrea è ancora un paese povero, quei soldi possono dare un po’ di ossigeno alla sua economia. Non è bloccando i soldi destinati all’Eritrea che puoi fermare il traffico di esseri umani. Ma tu questo già lo sai. Li hai visti a Ginevra il 22 giugno scorso a manifestare contro le ingiuste sanzioni che l’ONU ha comminato all’Eritrea e che hanno peggiorato la vita della popolazione civile? Dov’è finita la tua cristianità? Dov’è la tua misericordia, pietà e carità? Dov’è il sacerdote? Dov’è l’uomo?

Se non vuoi che le nostre madri continuino a maledire il tuo nome battendo le mani per terra, ti pregherei di non partecipare a questa mattanza “terrena”, rinchiuditi in qualche convento silenzioso per un ritiro spirituale e rileggiti finalmente la missione del tuo ordine che dice: “È questa la missione che la Chiesa ci ha affidato per mezzo del nostro Fondatore, il vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905): farci migranti con i migranti, per edificare con essi, anche mediante la testimonianza della nostra vita e della nostra comunità, la Chiesa che nel suo pellegrinaggio terreno si accompagna specialmente alle classi più povere e abbandonate; aiutare inoltre gli uomini a scoprire Cristo nei fratelli migranti e a cogliere nelle migrazioni un segno della vocazione eterna dell’uomo.”

Daniel Sillas

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